Kynodontas – un gioco perverso di confini familiari rigidi

Kynodontas è un film del 2009 diretto dal regista greco Yorgos Lanthimos. Nel 2009 ha vinto il premio della sezione Un Certain Regard al 62º Festival di Cannes (premio che nel 2003 era toccato all’italiano “La meglio gioventù”). E’ stato inoltre candidato come miglior film straniero ai premi Oscar 2011.

Nonostante i successi riscontrati, in Italia non ha mai visto distribuzione, e non stupisce, visti i contenuti molto forti e poco consoni ad un Paese conservatore quale il nostro.

Non svelerò molto del film. E’ certamente la rappresentazione tragica di un dramma familiare con un significato falsamente costruito (e voluto apposta dal regista). Una famiglia alienata dalla società, priva di età anagrafica, del tempo che scorre, di identità ed individualità, di storia, di educazione, di stabilità affettiva e coscienza sociale. Una famiglia in cui gli istinti sessuali assumono un significato animale ed ancestrale tanto da essere permessi al figlio maschio con la frequentazione dell’unica persona con un nome, esterna al microcosmo familiare (che scatenerà il disequilibrio tanto da dover ricorrere all’incesto, promosso per il bene, la sicurezza e l’integrità della famiglia).

I “nomi” dei protagonisti sono Madre, Padre, Figlio, Figlia Maggiore, Figlia Minore. Anche questo, soprattutto questo, per il regista Yorgos Lanthimos è un modo per sottolineare la non-identità dei personaggi. Allo stesso modo (e con lo stesso significato di svuotamento identitario) il regista spesso taglia (volutamente) le teste nelle riprese regalando scene che tolgono ogni affetto positivo anche allo spettatore, e lasciando spazio allo sgomento.

Uno stato di privazione, manipolazione ed alienazione che ricorda i regimi totalitari del terrore in cui l’individuo era spogliato di tutto con l’intento di cancellarne le tracce identitarie prima ancora che sociali.

Figlio, Figlia Maggiore e Figlia Minore non hanno mai conosciuto il mondo esterno alla sontuosa villa familiare, non sanno neanche dell’esistenza di un mondo esterno, e sono cresciuti reclusi e costantemente manipolati dal Padre (e dalla Madre) tramite terrore, violenza e competizione in un gioco perverso quasi antropologico di folie à deux talmente surreale quanto inimmaginabile. Ed è così che il loro modo di apprendere il mondo viene condizionato e manipolato dal volere dei genitori in maniera oltretutto delirante tramite musicassette audioregistrate con delle definizioni talvolta (e volutamente) errate: così l’autostrada sarebbe un vento molto forte, il mare un tipo di poltrona, i fiori gialli degli zombie, i gatti degli animali da temere che divorano la carne umana. Quindi le cose, gli oggetti, per tutto il mondo identificate con un codice universalmente riconosciuto, qui perdono il loro significato reale e condiviso e assumono quello dettato dal microcosmo totalitario della “famiglia senza nome”. Non a caso il filosofo Ludwig Wittgenstein scriveva nel suo Tractatus logico-philosophicus che «i limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo». L’unica maniera per uscire da questa prigione familiare (anche questo un insegnamento del padre) è diventare adulti, cosa che avviene solo con la caduta di uno dei due canini (da qui il titolo del film, Dogtooth, Kynodontas in greco).

In un ambiente sociale sarebbe senza ombra di dubbio un funzionamento schizofrenico di quelli gravi. Sembra quasi l’estremizzazione antropologica (e patologica) de “Il ragazzo selvaggio” di Truffaut che riprende un bambino cresciuto da sempre nella foresta che mai aveva incontrato il mondo sociale (e quindi estraneo alle sue convenzioni, tanto da dover essere rieducato).

locandina dogtoothUn buffo particolare è che ogni locandina racconta il film a modo suo e quindi cambia anche la modalità di fruizione da parte del popolo.

La locandina originale, greca, riporta il grafico/la funzione che viene svelata all’inizio del film, racchiudendo in una funzione matematica l’andamento sociale della famiglia. A mio dire racchiude il significato del film. La prima linea (quella gialla) espressione in matematica di una funzione costante è espressione di neutralità etica e personale ma anche di personalità ridotta a zero, di morte (piatta, senza battito cardiaco). Poi passiamo alla linea rossa (colore del sangue, del pericolo, della sessualità, della sofferenza); crea quasi il segno di un “canino”, punto cruciale del film e indice di destabilizzazione per la famiglia (“quando uno dei due canini cadrà il figlio potrà andare via dalla famiglia“). Segna una figura che tenta dolorosamente di liberarsi (col sangue) dalla prigionia ma segnata dalla paura. Infine la sinusoide blu, di costante crescita, ritorno all’equilibrio (punto zero, libertà) e discesa nuovamente nelle voragini (il recinto familiare).

I pittografici spagnoli presentano inizialmente una locandina che svia forse dall’horror sociale che il film rappresenta in realtà, con una rappresentazione quasi “Almodovariana”. Una famiglia di cinque componenti con madre e padre che chiudono i confini della casa, resi decisi dal tratto doppio. I figli hanno delle bende agli occhi, a significare che non esiste altro mondo al di là di quello familiare. Per poi, in una seconda locandina rendere sempre il concetto di confine, ma dando la parola all’inerzia del Figlio Maschio, prigionero in un recinto, quello del luogo che per definizione dovrebbe essere il più sicuro, quello familiare. Una locandina più reale, diciamolo.

I francesi sessualizzano (quasi incestuando) la scena familiare.

Gli olandesi ed i russi se la giocano. Nella loro locandina la cieca (sociale) è una delle due figlie, immersa in una piscina che, forse, metaforicamente, vuole rendere l’idea del limite di spazio dentro cui i tre figli sono immersi, quello della villa familiare e oscuri al mondo sociale.

Gli americani “horrorizzano” la locandina rendendolo quasi gotica. La scena corrisponde ad una delle scene finali in cui una delle figlie (ignara delle conseguenze) “strappa” il dente, scettro di libertà (“solo quando uno dei due denti canini sarà caduto un figlio potrà andare via“) sperando di potersi permettere di varcare la soglia della villa di famiglia.

Gli italiani? Non pervenuti!!!

In sostanza kynodontas è un film in cui l’anima cede il posto al meccanicismo in cui i volti spariscono assieme alle emozioni e le definizioni terminologiche creano qualche scompiglio all’orecchio dello spettatore.

Vogliamo rendere il significato di questo film accessibile a tutti? Bene. Per me è la rappresentazione (volutamente) esasperata di quanto dei confini rigidi in una famiglia possano creare danni ai figli. Un film di antropologia, educazione e patologia sociale. Un film che non può mancare nella bacheca mentale di una persona curiosa.

E comunque, per dirla tutta, queste righe sembrano quasi un delirio se lette senza aver guardato il film! Quindi spero siano una motivazione in più a guardarlo…e rileggerle una seconda volta!

Il film è disponibile in streaming online a questo link, in greco e coi sottotitoli in italiano. Qui è possibile vedere il trailer inglese. Buona visione!

Vuoi leggere i precedenti articoli legati al legame tra arte e psicologia? LI TROVI A QUESTO LINK.

Se ti è piaciuto l’articolo e vuoi restare aggiornato con articoli simili condividilo e passa a trovarmi su Facebook e lasciami il tuo Mi Piace

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *