Cosa ci impedisce di volare? – il suicidio di Luca Flores


(Traccia musicale con cui accompagnare la lettura, l’ultimo brano di Luca F.)

Dondolava nell’aria
sotto ali di feltro
e clorofilla
urlando in silenzio
per l’orrore
della sua fine
tristezza.
(Luca Flores)

Ho conosciuto il personaggio di Luca Flores circa nove anni fa grazie al film “Piano, solo” di Riccardo Milani, dove Luca è interpretato magistralmente da Kim Rossi Stuart. A sua volta il film è tratto dal libro di Walter Veltroni “il disco del mondo”. Non ne avevo mai sentito parlare, nè tantomeno mi era capitato di soffermarmi sulle malinconiche sequenze che le sue mani geniali creavano sui tasti del pianoforte. Non mi ero ancora accostato alla suicidologia, nè la mia mente si era chiesta se ci fosse una predisposizione maggiore alla sofferenza nelle persone creative.
La visione di quel film quindi è il punto zero della mia ricerca su “Arte e suicidio” che nel 2009 diventa poi titolo della mia tesi di laurea e tuttoggi racchiude buona parte del mio interesse (che sarà a breve, si spera, racchiuso in un libro sull’argomento).

Molto si è scritto del film di Riccardo Milani, prima ancora del libro di Walter Veltroni, ma poco si è scritto di Luca Flores, forse per rispetto, forse perchè il linguaggio che aveva scelto, la sua musica, non può essere spiegata alfabeticamente, così come la sua personalità.
E’ si, strano conoscere una persona a-posteriori, ma è altrettanto paradossale pretendere di conoscerne bene i suoi demoni. Sarebbe troppo lineare affermare che la sua malattia era un’espressione del dolore all’essere sopravvissuto ancora bambino all’incidente mortale della madre. Lo spolperebbe dell’anima e darebbe troppa libertà agli studiosi di affermare linearmente che una malattia mentale (o il gesto estremo del suicidio) deriverebbero da un evento traumatico.

In parte, forse, vero. Ma fino ad un certo punto.


(Di seguito la sua vita, tratta liberamente dal blog di Alberto Massazza, a questo link…)

Aveva otto anni, Luca, nel 1964 e viveva in Mozambico con tutta la famiglia, trasferitasi per il lavoro del padre, geologo. 

La madre per una volta non aveva dato il consueto saluto della buonanotte a Luca che aveva avuto un atteggiamento sbagliato quel giorno. Una normalissima e universale tattica educativa che sarebbe durata al massimo per qualche altra ora, il giorno dopo. Ma l’indomani non ci fu il tempo per ricomporre quello strappo temporaneo: un incidente stradale durante uno spostamento della famiglia.

La madre morì. Lui sopravvisse.

Nella mente di quel sereno ragazzino probabilmente s’insinuò un tarlo: la mamma era morta perché lui l’aveva fatta arrabbiare. Da quel momento, un buco nero iniziò ad espandersi nella sua psiche, favorito dalla sua naturale riservatezza e tenuto nascosto dalla crescente passione per la musica. Nel 1970 si stabilì a Firenze. Ottenuto il diploma a pieni voti al conservatorio iniziò a collaborare con jazzisti italiani e ad insegnare pianoforte presso istituti musicali. Amava circondarsi di amici che consideravano i suoi tormentati silenzi come l’estraniarsi necessario a una mente creativa per concepire la propria musica. D’altra parte, quando non era inghiottito dal suo buco nero, Luca amava ridere e scherzare.

Gli anni ’80 furono fecondi di collaborazioni nazionali e internazionali con artisti emergenti e affermati, in particolare si legò a due eccezionali fiatisti che condivisero con lui una fine tragica e prematura: Massimo Urbani e Chet Baker, che lo scelse per il suo quartetto. Il volo con cui il trombettista americano pose fine alla sua travagliata esistenza, ad Amsterdam, il 13 maggio del 1988, segnò profondamente Luca. Dalle mezze parole dette all’indomani del suicidio di Chet, trasparve un’assunzione di responsabilità del pianista, convinto di averlo immalinconito col suo stile, spingendolo al suicidio. Di fatto, da allora iniziò un’escalation del suo male oscuro che lo portò ad un autolesionismo punitivo, esploso per la prima volta nell’ottobre del 1991, con il taglio dei polpastrelli e la recisione di un tendine della mano. Due anni dopo, riscaldò un cacciavite e se lo infilò nell’orecchio, rischiando la sordità. Furono anni di terapie d’urto psichiatriche, elettroshock compreso, e di sedativi che gli impedivano di suonare.

Luca si trovò a dover scegliere tra la salute e la musica e scelse la morte, il 29 marzo 1995.


Il Luca Flores che ho conosciuto appariva un tutt’uno col suo migliore amico, l’unico che non era in grado di tradirlo, il suo pianoforte. I suoi terapisti probabilmente erano la musica e quel pianoforte che maniacalmente diventava oggetto di confessioni inconfessabili, quel pianoforte senza il quale non avrebbe altrimenti potuto piangere le sue lacrime. L’unico in grado di ascoltare i suoi demoni e trasformarli in emozione. Quel pianoforte e quella musica che sedavano le sue colpe.

Il suo ultimo album, For those I never knew (Per tutto ciò che non ho mai conosciuto) ha in sè la malinconia e il presagio di chi capisce che è ormai troppo tardi per spingersi oltre. In particolare il primo brano di quest’album, How far can you fly, melodia struggente che racconta senza eguali un’anima dilaniata. Questo il monologo tratto dal film “Piano, solo”:

“La maggior parte del tempo se n’è andata tra pianoforte e la lotta per non farmi travolgere dai miei pensieri negativi. Ho scritto questo pezzo, “How far can you fly”: una domanda che mi sono fatto tutta la vita, quanto si può andare lontano? Cosa ci impedisce di volare? Il linguaggio della musica è uno, quello dell’anima; le parole ci ingannano con i loro significati, mentre la musica è libera, può volare in paradiso, scendere all’inferno o rimanere a galleggiare nel limbo, e io amo quei musicisti che cantano, scrivono e suonano ogni nota come se fosse l’ultima”.

Vuoi leggere i precedenti articoli legati al legame tra arte e psicologia? LI TROVI A QUESTO LINK.

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