Fattori di vulnerabilità nel suicidio di Sylvia Plath

Commento personale all’articolo “Fattori di vulnerabilità nel suicidio di Sylvia Plath” di Ernest Shulman pubblicato sulla rivista Death Studies, 22: 597-613, 1998.

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Questo numero (22) del 1998 è stato un’edizione speciale, dedicata alla vita della celebre (postuma) poetessa americana Sylvia Plath. Già precedentemente avevo scritto dell’articolo di Mark Runco, pubblicato sempre sullo stesso numero, in cui si discute del legame tra suicidio e creatività in Sylvia Plath. E già precedentemente avevo tentato di scrivere degli ultimi attimi di vita di Sylvia Plath e del suo gesto suicida. Si tenga conto che la bibliografia cui si fa riferimento per i fattori di rischio è datata, ma Ernest Shulman ha scritto quest articolo oramai vent’anni fa.

Ernest Shulman compie una autopsia psicologica della Plath in questo articolo, intendendo con essa una dettagliata disamina degli eventi accorsi nella sua vita che, col senno di poi, appaiono essere predittivi la sua scelta di morire. Può mai essere vero, ciò? Col senno di poi certamente.

Nella vita (ma soprattutto nella morte) di Sylvia Plath molte colpe vengono sempre date all’adultero marito, Ted Hughes, definito arlecchinamente come l’uomo che porta le donne sia all’amore che alla morte (non dimentichiamo che anche Assia Wevill, seconda moglie di Hughes, si toglie la vita anni dopo la Plath portando con sè anche la figlioletta della coppia).

Ma quante donne sono state vittime dell’adulterio del proprio marito? E quante di queste si sono tolte la vita? Bene. Rispondendo a questa scontata domanda l’autore evita il gioco delle colpe ma piuttosto si chiede cosa può aver spinto Sylvia Plath a sviluppare delle vulnerabilità.

L’autore dunque stila una serie di fattori di rischio/vulnerabilità che Sylvia Plath possedeva nel 1963, anno della sua morte:

  1. Un terzo di chi muore suicida ha precedentemente tentato il suicidio (Robins, 1981), e questo era sicuramente il caso di Sylvia;
  2. Persone con una qualche forma di patologia mentale costituiscono una significativa proporzione di suicidi (Hoffman & Modestin, 1987), e questo era il caso di Sylvia Plath che da tempo soffriva di una profonda depressione psicotica;
  3. Donne divorziate hanno un tasso maggiore di suicidio rispetto a quelle coniugate (Dublin, 1963);
  4. Gli stranieri hanno un tasso maggiore di suicidio (Dublin, 1963), e Sylvia viveva in Inghilterra lontano dal proprio luogo natìo e familiare, l’America;
  5. Le persone che vivono isolate tendono a vivere uno stress maggiore (Sainsbury, 1972);
  6. Le famiglie disgregate tendono ad avere al proprio interno una probabilità maggiore di suicidi (Lester, 1992).

Quest’ultimo punto è fondamentale per comprendere di cosa si sta parlando. All’età di 20 anni Sylvia Plath sopravvive ad una assunzione quasi letale di farmaci. Viene ritrovata in stato semi-comatoso dopo due giorni in un luogo in cui si era nascosta nella casa della madre.

Ad ogni modo la vita di Sylvia (e i suoi scritti) è stata fortemente influenzata dalla morte del padre, Otto Plath, avvenuta quando lei aveva appena 8 anni. Da qui ha inizio una lunga catena di eventi (fattori di rischio) che conducono alla sua morte. A questo proposito John Bowlby parla di fattori di protezione e resilienza in seguito ad un evento traumatico, ma non sempre le condizioni sono favorevoli e a volte esse possono deviare verso uno sviluppo sfavorevole creando una qualche forma di vulnerabilità.

intendiamo con resilienza la capacità di un individuo di affrontare un evento traumatico.

Ma capire Sylvia non significa capire il suo suicidio. Quando il suicidio è l’evento finale, un modo per concepire il suo sviluppo è quello di dividerlo in stadi. Qui sono coinvolti tre tipi di fattori:

  1. predisponenti, aspetti della personalità che rendono il suicidio pensabile;
  2. precipitanti, eventi di vita che attualizzano in un dato momento un potenziale pensiero suicidario;
  3. innescanti, il cosiddetto “grilletto”, trasformano i pensieri in azione.

L’autore dell’articolo afferma che per quanto concerne il caso di Sylvia Plath si può discutere attorno a fattori predisponenti e precipitanti ma meno in merito a quelli innescanti, in quanto gli ultimi tre anni di vita di Sylvia sono stati tenuti segreti e a volte cancellati dal marito Ted Hughes, da cui non era ufficialmente divorziata quindi egli divenne il suo legale esecutore in seguito alla morte. L’uomo infatti distrusse l’ultimo volume del diario della donna, che descriveva il periodo trascorso insieme.

A breve tratterò dei fattori di rischio relativi al comportamento suicidario. Stay tuned.

Vuoi leggere i precedenti articoli legati al legame tra arte e psicologia? LI TROVI A QUESTO LINK.

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